martedì 31 dicembre 2013

I sette difetti di Venere (e due epigrammi di Rufino, poeta licenzioso)

Lucas Cranach il Vecchio,
Il giudizio di Paride
Ecco Afrodite/Venere nell’Inno omerico (1-6; 69-74) a lei dedicato:

O Musa, dimmi le opere di Afrodite d'oro,
dea di Cipro, che infonde il dolce desiderio negli dei
e domina le stirpi degli uomini mortali,
e gli uccelli che volano nel cielo, e tutti gli animali,
quanti, innumerevoli, nutre la terra, e quanti il mare:
tutti hanno nel cuore le opere di Citerea dalla bella corona.
… al suo seguito
Docili andavano grigi lupi, leoni feroci,
e orsi e pantere veloci avide di cerbiatti;
e lei a vederli gioiva, nella mente e nel cuore,
e versava nel loro petto il desiderio: e subito tutti
giacevano a coppie nelle valli ombrose …

Una dea che ha imperio su dei e uomini, sorridente, e onnipotente (solo tre donne sfuggono ai suoi lacci: Atena, Minerva, Estia). Quando non arriva a versare il desiderio nel petto, si serve di mirabili artifizi (Saffo la chiamerà ‘tessitrice d’inganni’): astuta e suadente, nonché elikoblépharos, dea dagli occhi a spirale, ipnotica e spietata.
Col tempo (il tempo indurisce la fluidità del mito, sempre) parrà ritirarsi in zone più superne, lasciando il compito di sciogliere e allacciare passioni al suo temibile sgherro, Eros.
Il sorriso di Afrodite è quello degli sposi etruschi, enigmatico: la serenità, la placida e controllata grazia, l’indubbia bellezza costituiscono il vischio delle sue trappole.
Perché Afrodite è bella, talmente bella da avere dei difetti.
E i Greci, che furono filosofi d’istinto, seppero che proprio un difetto regala la perfezione; e di difetti la Cipride ne aveva più d’uno, sette per la precisione:

1. Il piedino greco, col secondo dito più lungo dell'alluce
2. L’ovvio strabismo, una impercettibile deviazione verso l'esterno dell'asse visivo, che dona allo sguardo una certa allure sognante (da deliziosa tontolona)
3. Linee addominali oblique
4. Capelli biondi con colore (naturale!) differente all'attaccatura
5. Medio della mano più lungo
6. Lievi rughe circolari sul collo
7. Due fossette proprio sopra le natiche

L’ultima qualità, assai difficile da constatare nella vita quotidiana, torna negli epigrammi di Rufino, poeta licenzioso del II secolo d. C., incluso, assieme a Paolo Silenziario e a numerosi genî poetici, nel V libro dell’Antologia Palatina.
Rufino parodizza il celeberrimo episodio del giudizio di Paride. La storia è nota: il papà e la mamma di Achille, Peleo e Teti, stanno per sposarsi; alle nozze non viene invitata la dea della discordia, Eris: quest’ultima, perfida, getta una mela d’oro al convito nuziale con su scritto: “Alla più bella”. A chi spetta il fatal pomo? Giunone, Afrodite e Atena si accapigliano come etère della suburra. Interviene Zeus: “Signorine mie belle, placatevi; un po’ di decoro; è inutile questo trambusto: c’è un solo modo per districare il gliuommero, il groviglio, il gomitolo: per giudicare la più bella ci vuole l’uomo più bello. Ed è un mortale. Si chiama Paride, o Paride Alessandro, o Alessandro, o come volete voi, vive in Asia Minore. Uno sciupafemmine, un superficiale, ne convengo, ma è il tipo adatto (d’altronde, ahi, io non son da meno). Andate ordunque  laggiù, ragazze mie, e sbrigatevi e fatela finita, che ho il mondo da mandare avanti”. E le dee si acconciarono al volere di Zeus; e Paride scelse e scelse, ovviamente, Afrodite, la tessitrice d’inganni, femmina ancor più perfida di Eris - Afrodite che, di sottecchi, sorridendo alla sua maniera, aveva promesso al pastorello, in cambio del giudizio a suo favore, l’amore della donna più bella del mondo: Elena di Sparta.
E Rufino, il sensuale, licenzioso Rufino, burlone e satiresco, si mette nei panni di Alessandro Paride: e davanti non ha, però, i volti luminosi di tre chiare deità, ma tre bei sederi:

Ant. Pal., V, 35 (trad. Filippo Maria Pontani)

Giudice fui di tre culi: m’avevano scelto le donne,
mostrando il nudo abbaglio delle membra.
L’una brillava d’un bianco dolcissimo fiore di glutei
Che fossettine tonde suggellavano.
L’altra s’apriva: luceva vermiglia la carne di neve,
più colorita di purpurea rosa.
Mare tranquillo la terza, striato di taciti flutti:
sulla morbida pelle, inconsci fremiti.
Chi le dee giudicò, sdegnato avrebbe la vista
Dei culi, se mirato avesse questi.

“Fossettine tonde suggellavano …”, un fondoschiena degno di Cipride; il settimo difetto.
Ma Rufino non si ferma; ci prende gusto:

Ant. Pal., V, 36 (trad. Filippo Maria Pontani)

Erano tre: chi l’aveva, la fica più bella? Una lite
Scoppiò fra Rodoclea, Ròdope e Mèlite.
Presero ad arbitro me, si pararono nude, stillanti
     [Néttare, come le famose dee
Quella di Rodòpe dava brillìo tra le cosce, di gemma –
Boccio di rosa che gran vento solca
<…>
Umida, un idolo appena scolpito un tempio pareva
Quella di Rodoclea, pari a cristallo.
Conscio di tutte le pene che a Paride valse la scelta,
tutt’e e tre le divine coronai.


Meravigliosi. Eppure, non posso rileggere questo epigramma senza contenere il dolore. Che perdita irrecuperabile! Che rovina! La fica di Mélite, dov’è? Persa nelle more della tradizione manoscritta. Chissà cosa scrisse mai Rufino della fica di Mèlite. Non lo sapremo mai. Non lo saprò mai. Cosa non darei per quelle due righe: carrettate di libri inutili, intere bibliografie, intere biblioteche. 

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